Eugenio Barba: «L’ISTA riparte dalla pre-espressività»

TEATRO Eugenio Barba ha salutato il teatro con il suo ultimo spettacolo, Tebe ai tempi della febbre gialla, dopo la tournée europea. Ma l’inarrestabile salentino sta già pensando ad altro. In particolare, alla nuova sessione dell’ISTA, International School of Theatre Anthropology, che si svolgerà a Budapest tra il 7 e il 21 maggio 2023. Con lui ci saranno Keiin Yoshimura e So Sugiura dal Giappone; Parvathy Baul dall’India; I Wayan Bawa da Bali; Yalan Lin daTaiwan; Alício AmaralJuliana Pardo di Cia. Mundu Rodá, Brasile; Alessandro RigolettiCaterina Scotti del Teatro Tascabile di Bergamo; l’immancabile Julia Varley dell’Odin Teatret, Danimarca; Ana Woolf dall’Argentina e Istvàn Berecz dall’Ungheria.

È lui stesso a raccontare di cosa si tratta.

Partiamo dall’inizio. Cos’è l’ISTA?
«ISTA è l’acronimo di International School of Theatre Anthropology che ho fondato nel 1980. È un laboratorio itinerante con maestri attori e danzatori di differenti stili e tradizioni, asiatiche, occidentali, afrobrasiliane e latino-americane. L’antropologia teatrale studia i principi tecnici che generano la presenza scenica dell’attore e del danzatore. Le sessioni, che durano da un paio di settimane a un mese, applicano un processo comparativo su aspetti tecnici: cosa intendono le diverse tradizioni per ritmo, improvvisazione, presenza, concentrazione? Gli artisti di diverse tradizioni lo dimostrano con esempi pratici che coinvolgono i partecipanti il cui numero è limitato a 60 persone».

La prossima sessione si intitola Pre-expressivity – Composition – Montage: di che si tratta?
«La pre-espressività è un concetto fondamentale dell’antropologia teatrale. Riguarda la presenza scenica dell’interprete, la capacità di convincere e mantenere a lungo l’attenzione dello spettatore. Ogni spettacolo ha due livelli complementari su cui si lavora durante il processo delle prove. Vi è un livello tecnico dinamico in cui l’attore o il danzatore alterano il loro comportamento mentale, fisico e vocale per intensificare l’effetto di un altro livello, quello narrativo ovvero del testo. Questo processo ha molti nomi: interpretazione, coreografia, montaggio. Esistono, però, forme di spettacolo, per esempio di danza, che sfruttano solo il livello pre-espressivo senza raccontare esplicitamente una storia. Alla sessione dell’ISTA in Ungheria ci concentreremo sul livello dei principi espressivi che intensificano la “vita” in scena, sul modo di comporre il comportamento e montare i numerosi elementi in una totalità unitaria che colpisce i sensi e la memoria degli spettatori. Alla fine, presenteremo alle Olimpiadi del Teatro di Budapest lo spettacolo Anastasis (Risurrezione) con la mia regia e con 70 attori di diverse tradizioni (tra cui Annada Prasanna Pattanaik, musicista indiana, gli attori italiani Lorenzo Gleijeses e Manolo Muoio, il compositore italiano Mirto Baliani e lo scenografo digitale tedesco Stefano Di Buduo, ndr)».

Che rapporto c’è, se c’è, con il Manifesto del Terzo Teatro che lei, insieme ad altri, ha redatto negli anni Settanta?
«L’antropologia teatrale studia i principi tecnici dell’attore. Quindi come si fa teatro. Il Terzo Teatro ovvero i gruppi di teatro, le compagnie e i progetti che si sono sviluppati dopo il 1968 al di fuori del teatro tradizionale sussidiato e riconosciuto, riguarda un altro aspetto: perché si fa teatro. Il Terzo Teatro è una maniera originale e nuova nella storia del nostro mestiere. La sua variegata cultura, spesso basata sull’autodidattismo, ha sviluppato un sistema di produzione che non si riduce a presentare spettacoli ogni sera, ma svolge numerose attività culturali e sociali con corsi e interventi in zone che il teatro aveva escluso: periferie, strade, ospedali, prigioni, campi di rifugiati, case di anziani».

Che tipo di teatro si può ancora fare oggi?
«Qualsiasi tipo tu desideri. Dopo il 1968 non esiste più il teatro, ma i teatri, ognuno con obiettivi, tecniche e pubblici differenti. Oggi, oltre il cospicuo movimento dei teatri liberi amatoriali, esistono due categorie di ambienti professionali. Teatri che sono vere imprese industriali ben organizzate e con un nucleo di collaboratori competenti. Qui il direttore o tutti gli impiegati possono scomparire, però l’impresa teatro continua con nuove persone. E gruppi, compagnie e iniziative che rimangono in vita e sono culturalmente efficaci fino a quando i suoi membri sono in grado di operare insieme. Se si separano, svaniscono immediatamente nell’amnesia collettiva».

PATRIZIA PERTUSO

 

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