Vincerà la destra, perderà la sinistra, l’unico voto utile sarà per Renzi-Calenda

Le elezioni saranno realisticamente vinte a mani bassa dal centrodestra, e perse altrettanto chiaramente dal centrosinistra – che non è più “centro” ma solo ed esclusivamente “sinistra”. Commentare i Cinquestelle è inutile. In qualsiasi scenario sono spariti dal radar, inutili e irrilevanti politicamente sotto la guida di un personaggio modesto quanto presuntuoso. Scompariranno nel nulla, senza nemmeno troppo chiasso, meteora triste e costosissima (200 miliardi di debito pubblico in più tra Reddito di cittadinanza, banchi a rotelle, monopattini, Cashback, Bonus 110%, gestione Covid e sussidi a ogni angolo) dell’incompetenza assoluta assurta a valore.

L’unico dato di rilievo delle lezioni sarà il risultato del terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi. Se superasse il 10 per cento, rappresenterebbe una novità assoluta nella politica italiana, in grado di condizionare e cambiare il futuro dei governi nella legislatura. Con un Pd ormai completamente schiacciato a sinistra dalla debolezza di Enrico Letta rispetto ai veri leader della “ditta”, e con Forza Italia trascinata su posizioni leghiste dalla modestissima coppia Ronzulli/Fascina, lo spazio per un polo liberale e riformista cresce a dismisura: tanto che si potrebbe configurare il progressivo e costante rafforzamento di una nuova offerta politica, determinata da posizioni condivise da un largo strato della popolazione, e che negli ultimi 30 anni non hanno trovato una “casa” politica degna di questo nome, strette sempre da un bipopulismo strabordante quanto incapace di governare.

Questo scenario, ormai abbastanza conclamato dopo l’evidenza delle liste del Pd – estreme nella loro composizione di sinistra – e dopo le uscite di Berlusconi che rasentano il ridicolo, deve in ogni caso confrontarsi con la realtà dei fatti economici che ci attende nella prossima legislatura.

Ci sono alcune condizioni di contorno che non sono eludibili per nessun governo. Queste:

– il Pnrr ha valenza di trattato tra Paesi. Non può essere eluso o cambiato con un tratto di penna e i nostri partner nord-europei, che pagano il conto finanziando con titoli di stato comuni i “nostri” 220 miliardi, non ammetteranno deroghe di nessun tipo. Forse che Rutte in Olanda, o i finlandesi o gli austriaci saranno sensibili a richieste di annacquare il calendario di riforme e di liberalizzazioni concordato? Io non credo proprio.

– I tassi di interesse sul debito pubblico saliranno in modo sensibile e duraturo. La durata media delle scadenze, oggi pari a 4,5 anni, rende l’impatto a bilancio più lento, ma con tassi Bce stabilmente intorno al 2,5-3% (l’attuale previsione di gran parte degli uffici studi) significa a cinque anni un impatto rispetto al 2021 di circa 60 miliardi l’anno di maggiori oneri finanziari per lo Stato. Sono circa 12 miliardi l’anno, che cascheranno come macigni in ciascuna finanziaria della prossima legislatura. Inevitabili e dolorosamente cumulati ogni anno.

– Dovremo necessariamente e faticosamente scendere dal deficit del 5,6% su Pil del 2022 a un 2% (e forse anche meno) per ridurre il rapporto deficit/Pil intorno al 120% a fine legislatura. Ci aiuterà molto l’inflazione, che aumenta automaticamente il Pil nominale e riduce il rapporto, e allo stesso tempo aumenta alcune entrate fiscali (Iva e tasse e contributi dei privati), ma in ogni caso passare dal 5,6% al 2% comporta un aggiustamento teorico di 70 miliardi di euro (molto meno corretto per l’aumento delle entrate). Comunque non una passeggiata di salute.

– La dinamica della spesa pubblica è un’incognita dell’equazione e dipende in larghissima misura dall’aggiustamento di pensioni e contributi sociali, spesa sanitaria corrente e long term care, erogati in periodo inflazionistico. Le ultime previsioni parlano di un incremento dal 23% circa di spesa su Pil (circa 450 miliardi di euro) nel 2022 a un 25% circa tra 20 anni. Questo per effetto della crisi demografica, compensata dal passaggio progressivamente pieno al regime contributivo che riduce il rapporto tra pensioni e ultimo reddito, e dall’aumento non evitabile delle prestazioni sanitarie con un tasso elevatissimo di anziani sulla popolazione. Se ipotizziamo che l’incremento sia lineare nei prossimi 20 anni si parla di circa 5 miliardi di peggioramento all’anno in questo caso assolutamente non eludibile.

Su questo tema però impattano moltissimo le decisioni politiche di adeguamento della spesa pensionistica all’inflazione. Sarebbe realistico (e secondo me anche doveroso) pensare che ci saranno adeguamenti più bassi, specie sulle pensioni più alte, o quelle non assistite da contributi versati adeguati. Il trasferimento a danno dei nostri figli perpetrato negli anni ’90 da governi molto generosi con gli anziani a danno diretto ed esplicito dei giovani (che non votano) può essere oggi gestito e (molto) parzialmente compensato grazie al ritorno in forza dell’inflazione. Le scelte del prossimo governo sulle pensioni definiscono in modo fattuale (le parole saranno invece tutte falsamente pro-giovani) l’atteggiamento della politica nei confronti dei giovani. Più si trasferiscono risorse sulle pensioni partendo da una piattaforma di welfare che è già la più generosa in Europa, e partendo da un debito pubblico e una struttura demografica che si possono definire tragici, se non si interviene in modo strutturale si sta penalizzando in modo quasi irreversibile il tenore di vita delle future generazioni

L’equazione è semplice ed è bene esserne non solo consapevoli, ma anche esplicitare il calcolo populistico elettorale di chi si vuole ingraziare i pensionati a carico di chi sfortunatamente oggi non vota ma domani dovrà pagare per 25 anni il costo di scelte sciagurate.

– Le spese per la difesa aumenteranno, come in tutta Europa, come reazione ovvia all’aggressione della Russia verso l’Ucraina. Realisticamente parliamo di un incremento di circa 0,5% del Pil in alcuni anni che però a regime tra cinque anni potrà valere 10 miliardi di euro l’anno. Anche in questo caso difficilmente si potrà eludere questo aumento della spesa, purtroppo improduttiva.

– Le tasse non possono essere aumentate. Chiunque parli di aumento di tasse viene crocefisso nei sondaggi, ed è anche comprensibile, visto che partiamo da un livello di tassazione intorno al 43% del Pil, altissimo, che diventa un 49% veramente punitivo, se escludiamo dal Pil l’economia sommersa che palesemente non paga tasse. Quindi aumentare la pressione fiscale è irrealistico. Semmai si può redistribuire la pressione fiscale, ma si tratta in ogni caso di manovra molto difficile perché partendo da livelli molto elevati qualsiasi categoria (esclusi gli evasori, ovviamente) che vedesse il carico fiscale aumentare, avrebbe ampi motivi per proteste anche vigorose. È bene anche ricordare che con le vigenti aliquote il 5% dei contribuenti versa il 40% dell’Irpef, a proposito delle progressività delle imposte richiamata dalla costituzione e degli strepiti a sinistra a fronte di un sistema fiscale già estremamente progressivo (esclusi gli evasori).

Se queste sono le condizioni di contorno, gli spazi per le scelte di governo nei prossimi cinque anni sono estremamente limitate e si riducono essenzialmente alla riduzione della spesa pubblica improduttiva e dei trasferimenti inutili e alla parziale redistribuzione del carico fiscale. In questo caso si andranno a colpire interessi di lobby specifiche molto bene organizzate, tanto da ottenere in passato contributi e regalie varie, che reagiscono in modo appunto ben organizzato all’ipotesi delle fine di questi omaggi.

Qualsiasi ipotesi di taglio fiscale, estensione della flat tax (Salvini), spese sociali fantasmagoriche di varia natura (Letta) cozza contro questa realtà dei fatti, che tutti conoscono e nessuno sembra invece considerare nella frenesia delle promesse elettorali facili da fare con la solita attitudine (quasi perversa a questo punto) di considerare le risorse dello Stato come risorse di terzi e non, come in effetti sono, come tasse future da riscuotere.

La realtà dei fatti imporrebbe invece di considerare le scelte politiche ridotte a due elementi:

– una redistribuzione fiscale a favore dei giovani e delle imprese che creano lavoro e investimenti (industria 4.0, taglio Irap e contributi sociali) finanziata da un durissimo taglio delle tax expenditure cioè delle deduzioni e detrazioni fiscali a pioggia introdotte negli ultimi 30 anni e da una vera lotta all’evasione fiscale;

– un taglio drastico alla spesa pubblica improduttiva con un utilizzo esteso dei costi standard nella sanità, una revisione a base zero di trasferimenti a enti locali inefficienti, l’eliminazione di enti e di società pubbliche inutili che danno luogo solo a posizioni spesso ben remunerate di sottogoverno, e in generale la revisione dei costi dello Stato andando ad agire su ciò che non è necessario per lo sviluppo economico del Paese;

Il terzo polo di Renzi e Calenda sembra essere l’unico ad avere compreso e interiorizzato quanto scritto sopra, anche se in un’esplosione di spese assurde (sinistra) e tagli di tasse impossibili (destra) lo spazio in campagna elettorale per un sano realismo sembra essere molto ridotto. Purtroppo, come è sempre successo negli ultimi 30 anni, la campagna elettorale vive sul chi la spara più grossa nella lista dei desideri, non su chi ragiona su quanto sia effettivamente fattibile.

Di certo su tutto questo avrà un impatto molto elevato il tasso di sviluppo economico del Paese. Negli ultimi 18 mesi, sotto la guida di Mario Draghi, il tasso di crescita dell’Italia è stato il più alto in Europa e questo ha aperto prospettive di tagli di tasse e di aumenti di spese per contrastare il caro energetico impensabili fino all’anno scorso, e di certo infattibili con la politica dello sperpero di Stato di Conte.
Se nei prossimi cinque anni ci fosse un governo “illuminato” e non elettoralistico, il potenziale inespresso di crescita del Paese dopo 30 anni di sottosviluppo legato a demenziali politiche di assistenzialismo anti-impresa è davvero molto elevato.

Semplicemente recuperando il gap di produttività e di sviluppo economico accumulato negli ultimi 20 anni probabilmente abbiamo un 6-8% di crescita reale aggiuntiva a disposizione. Le risorse che ne derivano sarebbero davvero imponenti, cioè circa 60 miliardi di euro di maggiori entrate fiscali a parità di legislazione. E questi sono soldi veri, risorse reali e non su carta, da dedicare al taglio fiscale o alle spese sociali necessarie (asili nido, quoziente familiare, supporto a chi davvero ha bisogno e non può lavorare).

Tra l’altro la disoccupazione non sarà un tema nei prossimi cinque anni. Anzi il tema sarà la mancanza di persone che vogliono lavorare, visto che nei prossimi cinque anni il saldo netto tra chi entra e chi esce dal mondo del lavoro per età sarà negativo di circa 700 mila unità, creando quindi opportunità amplissime per chi volesse veramente lavorare e classificando la disoccupazione a problema del passato.

Queste risorse vengono tuttavia dallo sviluppo delle imprese, dei privati, dell’occupazione e dei relativi contributi, cioè tutto quello che la sinistra e i Cinquestelle hanno vigorosamente combattuto e ostacolato per 20 anni, in una scellerata rincorsa a spendere e “assistere” senza preoccuparsi minimamente da dove reperire le risorse per farlo.

Il recupero del valore collettivo dello sviluppo economico e dei suoi attori sarà la vera svolta della legislatura, se finalmente si vorrà governare e non cercare di vincere, con i soldi pagati dal duro lavoro dei nostri figli, le prossime elezioni con ridicoli slogan (abbiamo sconfitto la povertà), o posizioni aprioristiche (dobbiamo fermare le destre) che nulla hanno a che vedere con il benessere collettivo della nostra comunità.

Lo spettacolo delle liste elettorali dopo il taglio dei parlamentari è in tal senso molto istruttivo. La competenza non conta nulla, l’esperienza di gestione amministrativa nemmeno. Conta solo il posizionamento nel partito, la fedeltà al leader e la certezza che non ci possa essere il leggendario cambio di casacca. Purtroppo con questi partiti e con queste regole non si va da nessuna parte.

Per questo motivo il voto del 25 settembre è particolarmente importante per dare una scossa forte a un sistema politico e partitico che dimostrato ampiamente e in varie occasioni la propria incapacità a governare per il bene dei cittadini. Bisogna cambiare, e non con un pagliaccio travestito da statista, ma con persone che sanno gestire la complessa macchina dello Stato in modo appropriato.

In questo senso il voto per il terzo polo di Renzi e Calenda è l’unica strada per provare a cambiare qualcosa nella gestione dello Stato, riconoscendo che le spese altro non sono che tasse future da riscuotere, che lo sviluppo economico è l’unica vera ricetta per dare welfare istruzione e giustizia ai più deboli, e che alla fine la competenza è molto più importante dell’appartenenza.

Lascia un commento