Diciamo basta, per favore, ai catto-fascio-comunisti che straparlano di democrazia

Io vorrei capire per quale motivo mai i pochi che non sono mai stati comunisti, che sono sempre stati anticomunisti, i pochi che non sono mai stati fascisti, che sono sempre stati antifascisti, i pochi che non sono mai stati baciapile, che sono sempre stati anticlericali, vorrei capire per quale motivo mai devono trovarsi un comunista fino a ieri, un fascista fino a ieri o un prete ieri oggi e domani che si mette in panca e spiega che cos’è davvero democratico, che cos’è davvero liberale, che cos’è davvero laico.

Vorrei capire per quale motivo mai i quattro gatti cui è capitata la felice disavventura di non essere educati alla somma di mastodontiche stronzate distribuite agli italiani dal pulpito catto-fascio-comunista, l’apostolato infallibilmente antidemocratico che ha sempre sbagliato tutto, che ha sempre avuto torto su tutto, che ha sempre lavorato per revocare o limitare, non per promuovere, per mettere in precario anziché in zona di sicurezza, per far regredire piuttosto che sviluppare il modesto numero di libertà e il minimo bouquet di diritti individuali che fanno dell’Occidente ciò che esso tenta faticosamente di essere e rimanere, vorrei capire perché mai quei pochi debbano sopportare la dottrina del fascista rifatto, del comunista rifatto o del sempiterno prete che sulla scorta di quel suo passato stronzo fa lo scrutinio delle altrui presentabilità liberali.

Fascisti, comunisti e preti politici, perlopiù in consortile grazia concomitante, dacché Repubblica è Repubblica si sono esercitati ciascuno secondo i propri bisogni a far fuori la regola di concorrenza e di mercato in economia, a far fuori la regola del primato del corpo individuale a petto del corpaccione del potere pubblico, a far fuori la libertà in nome della giustizia, dell’onestà, delle mani pulite, della sanità, della pace, a far fuori lo Stato di diritto in nome dello stato di necessità evocato a salvazione non solo della cara tenuta democratica del Paese, ma ancora della pummarola pubblica, dell’aviazione pubblica, del tiggì pubblico, del meteo pubblico, della musica melodica pubblica, insomma dell’immenso porcaio italiano che da ogni punto di vista – produzione, istruzione, servizi pubblici, efficienza amministrativa – ci tiene ai margini delle società avanzate.

Conosco l’obiezione. La democrazia italiana è accidentata, non compiutamente formulata, abbozzata, d’accordo; è il risultato della collaborazione e dello scontro tra culture e tradizioni politiche diverse, in una parola è una cosa complessa, d’accordo: ma c’è, e c’è grazie a quelle diverse culture e tradizioni. Ma bene. Molto bene. E aspettiamo altri settant’anni a riconoscere che è accidentata, non compiutamente formulata, abbozzata esattamente perché realizzata in attuazione di quelle culture e tradizioni? Aspettiamo altri settant’anni per riconoscere che quanto di difettoso, di mal funzionante, di illiberale contrassegna la nostra democrazia viene da ciò, che essa è stata fatta da fascisti rifatti, comunisti non sempre rifatti e preti forever? Gli stessi che, ai quattro gatti che non sono nulla di tutto quello, spiegano oggi quali sono i punti di riferimento fortissimo di tutti i progressisti, di tutti i moderati, di tutti i conservatori, di tutti i lavoratori, di tutti i diritti acquisiti, di tutti i taxisti, di tutti i forestali, di tutti i balneari, di tutti gli insegnanti da proteggere dalla deportazione, di tutte le famiglie tradizionali, di tutte le famiglie arcobaleno, di tutte le Giornate della Memoria a destra e a sinistra, di tutti i Rosari e di tutti i Gay Pride e dell’anima de tutti li mortacci loro.

Poi dice che uno non vota.

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