Rushdie, il delirio in cui siamo precipitati e la civiltà di rispondere alle parole con le parole

La differenza tra la civiltà e i barbari, ha scritto Bari Weiss nella newsletter con cui ha commentato l’attentato a Salman Rushdie, è che la civiltà alle parole risponde con le parole. Era una cosa che chi si ritiene civile sapeva, fino a non molto tempo fa: provate a immaginarla qualche anno fa come la descrizione di altro da un fanatismo religioso, l’istanza «voglio ammazzare Tizio perché Tizio scrive romanzi».

La differenza, dico io, non è mica più tra islamici e non islamici. Quando un non musulmano sale su un palco – anche lui con un coltello, fortunatamente inutilizzato – e prende a testate un comico musulmano perché quello ha osato fare delle battute, chi è barbaro e chi è civile? L’episodio l’avevamo già raccontato qui, il comico si chiama Dave Chappelle, ed è sempre Bari Weiss a ricordarci che è uno dei due ad aver mostrato una qualche spina dorsale di fronte alla dittatura della suscettibilità: a non stare zitti per non avere scocciature, a non annacquare quel che gli va dire per evitare di passare dalla parte degli impresentabili, negli ultimi anni sono stati lui e l’autrice di Harry Potter.

J.K. Rowling e Dave Chappelle hanno un’altra cosa in comune: sono multimilionari. E quindi è questo che è diventata, la libertà d’espressione: un privilegio da ricchi. Forse vi ricordate di Too big to fail, l’intuizione di Andrew Ross Sorkin sul disastro finanziario del 2008: gli Stati Uniti avevano soccorso le banche perché se fallivano loro falliva tutto il sistema. Erano troppo ingombranti per lasciarle fallire.

Il traslato odierno è: puoi dire quel che ti pare – prendere posizioni impopolari, fare battutacce, fare quel che se sei un intellettuale è il tuo lavoro fare – solo se sei troppo ingombrante perché i cancelletti ti sfiorino. Se sei Fiorello o Zalone, possiamo contare sul fatto che continui a fare il tuo mestiere. Se sei Michela Giraud, dovrai profonderti in scuse per la più innocua delle battute su Demi Lovato.

Riassunto della crisi isterica collettiva precedente. La cantante Demi Lovato decide d’essere non binaria, e perciò chiede ci si riferisca a lei col pronome neutro, che in inglese è they, loro. Giraud twitta «come il mago Otelma». Apriti suscettibilità, Giraud si copre il capo di cenere e promette di studiare (l’identità di genere, e forse anche l’esistenza di babbo Natale) e di fare in futuro battute persino più innocue di quella (una nazione condannata a «si vede il marsupio?»).

Avanzamento veloce, Lovato cambia idea, dà il permesso alla collettività di tornare a chiamarla «lei», nessuno si scusa con Giraud. La quale non è abbastanza ingombrante da diventare domani Ricky Gervais; magari non ne avrebbe comunque il talento, ma in un’epoca in cui si pretende eroismo e sprezzo della pubblica opinione per fare una battuta sui pronomi plurali del mago Otelma capite bene che difficilmente verrebbe pubblicato un romanzo che critica non dico il Corano ma anche solo il fatto che chiamare «donne» le partorienti sia considerato transescludente.

(Meglio: transfobico, che è il nuovo «islamofobico». Commentando l’attentato a Rushdie venerdì sera, Bill Maher ha detto una grande verità: «fobico» è il suffisso che butti lì quando non vuoi, sai, puoi discutere di un tema. Nello sport conta solo il corpo e se hai una muscolatura maschile non dovresti gareggiare con le donne. Ah, sei transfobico, con te non ci discuto, puntesclamativo).

È interessante che, come indotto dell’attentato a Rushdie, i giornali finalmente si accorgano che J.K. Rowling viene minacciata di morte. Sotto un suo tweet sull’attentato, un Carneade le ha scritto «Tu sei la prossima». Se ne sta occupando la polizia, ci ha informato Rowling, che immagino si occupi anche di quelli che l’hanno minacciata di morte per aver scritto, ohibò, che «donne» sarebbe una dicitura più appropriata, per le femmine umane adulte, rispetto a «persone che mestruano» (che viene usata da chi teme l’accusa di transfobia).

I giornali sono talmente timorosi dell’accusa di transfobia, e del suo ricatto «quindi vuoi morte le transessuali», che le minacce a Rowling finora non le avevano ritenute una notizia. Ma magari erano solo distratti, o convinti (convinzione che condivido) che quello che poi t’accoltella perlopiù non te lo anticipa sui social.

La questione è che chi ride di te, o dubita della sensatezza della tua istanza, o ritiene che se hai il cazzo tu non debba stare negli spogliatoi femminili, non ti vuole morto. Morto ti vuole chi, quando tentano di ammazzare qualcuno, ti scrive «tu sei il prossimo».

La questione è, lo ha spiegato un milione di volte proprio Rushdie, che tutto deve poter essere oggetto di scherno e di critica. E noi annuiamo gravi e diciamo certo, l’islam è brutto e cattivo perché ti appioppa la fatwa se lo irridi; ma poi facciamo titoli di giornale dolenti riferendo il grave episodio dello scrittore italiano il quale ha raccontato che, ohibò, hanno riso di lui per strada. In quanto omosessuale, ha desunto lui. Quale che sia la ragione (in quanto vestito strano, in quanto sosia del cognato antipatico di quello che rideva, in quanto Pippo Pippo non lo sa), com’è passata questa idea che la cosa più grave che ci possa accadere è che ridano di noi? Quand’è che abbiamo introiettato il regime teocratico, elevandoci al tempo stesso a dèi?

Su YouTube c’è una vecchia puntata di Question Time, talk show inglese, il cui tema è il fatto che la regina ha deciso di fare cavaliere Rushdie, dopo la fatwa. Tralasciamo chi dice che Rushdie ha offeso i musulmani, e il modo prevedibilmente tagliente in cui Christopher Hitchens demolisce tali argomentazioni. A un certo punto interviene Boris Johnson, che all’epoca è portavoce del ministero dell’istruzione. E dice che lui obietta al cavalierato su basi puramente letterarie: Rushdie scrive dei libri incomprensibili, io non riesco mai ad arrivare alla fine, perché non facciamo cavaliere Le Carré?

Fa molto ridere, ed è al tempo stesso l’obiezione più fessa e l’unica dignitosa. Fessa perché farlo cavaliere era chiaramente un gesto simbolico, di sostegno dello Stato a un tizio condannato a morte per un romanzo, un’enormità di cui allora non ci sfuggiva l’insensatezza. Nella fessaggine, Johnson non è solo; in questi giorni ho letto varie obiezioni alla difesa dei Versi satanici da parte di gente che dice: evidentemente non l’avete letto, altrimenti sapreste quant’è brutto. Se dovessimo accoltellare tutti gli autori di romanzi brutti, figli miei, ci vorrebbe un milione di posti di lavoro per arrotini.

È l’unica obiezione dignitosa perché di questo si dovrebbe parlare. Non dell’ideologia d’uno scrittore, delle sue posizioni politiche, della sua presentabilità sociale: di come siano i suoi libri. Mentre, con dieci anni di ritardo, leggevo Joseph Anton, il memoir di Rushdie sulla sua vita prima e dopo la fatwa, pensavo prima: sì, ma questa terza persona, non so mica; e poi: in effetti come facevi a tenere questo tono in prima persona. Ed era con un gran sollievo che mi accorgevo di valutarlo ancora come scrittore, e non come vittima.

Perché, a parte casi estremi di sciroccati con coltello, la cosa peggiore che fa questo nuovo schema mentale e sociale è privarti del tuo diritto a essere giudicato per lo stile, e costringerti ad arroccarti sui contenuti, e sulla tua libertà di pensarla come ti pare. È per evitarlo che Rushdie ha spesso detto di aver voluto continuare a scrivere come niente fosse accaduto (e probabilmente anche: è per questo che, quando ha scritto di quel che è accaduto, l’ha fatto con una distaccata terza persona).

Non so se potrà continuare a evitare l’attualità, forse no, e la ragione la spiega proprio lui in Joseph Anton (non ho l’edizione italiana, quindi la traduzione dilettantesca è colpa mia): «Il politico e il personale non potevano più essere tenuti separati. Non era più l’epoca di Jane Austen, che poteva scrivere la sua intera opera durante le guerre napoleoniche senza mai farne menzione, e per la quale il ruolo principale dell’esercito britannico era vestirsi in alta uniforme e far bella figura alle feste».

Il prossimo libro, Rushdie lo aveva annunciato poco prima dell’attentato. Esce a febbraio, s’intitola Victory City, e ha per protagonista una bambina indiana del quattordicesimo secolo attraverso la quale si esprime una dea. Chissà se, sotto sette strati di metafore, è già questo il romanzo in cui Rushdie usa il personale per raccontare il politico e il delirio in cui siamo precipitati, o se dobbiamo aspettare quello successivo.

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