La lunga storia delle miglia alimentari

Quando parliamo di “miglia alimentari” ci riferiamo a quanto a lungo ha viaggiato il cibo da dove è cresciuto per arrivare fino a noi che lo mangiamo. Pare che il termine sia stato usato per la prima volta nel Regno Unito, negli anni ’90, per aumentare la consapevolezza dei consumatori sull’impatto ambientale delle importazioni di cibo.

L’idea è che più lontano ha viaggiato il cibo, più pesante è la sua impronta di carbonio. Anche se c’è un avvertimento: diverse modalità di trasporto hanno impatti diversi.
Come è prevedibile, il trasporto di alimenti per via aerea produce le emissioni più elevate, seguito dal trasporto su strada e quindi dalla navigazione: secondo la Lancaster University Management School, far “volare“ i nostri alimenti genera dieci volte le emissioni di carbonio che si avrebbero spostandoli su strada. È da queste riflessioni che nasce la retorica del chilometro zero, che per anni è stata indicata come panacea di tutti i mali e che, forse, ormai è superata.

Come sempre, infatti, la semplificazione aiuta a far passare il concetto ma spesso snatura l’essenza del problema, che è sempre molto più complesso di come immaginiamo. Alcuni alimenti sono associati a emissioni più elevate – pensate al manzo, per esempio – indipendentemente da quanto vicino a noi siano allevati. Ma, appunto, non è così semplice. Un nuovo studio pubblicato su Nature Food da ricercatori di Australia e Cina che hanno analizzato 74 paesi e regioni e 37 diversi tipi di cibo ci racconta quando poco abbiamo la percezione della realtà delle cose.

Le emissioni delle “miglia alimentari“ rappresentano quasi un quinto – il 19% per la precisione – delle emissioni totali dei sistemi alimentari. Breve riassunto: i sistemi alimentari sono responsabili di quasi un terzo delle emissioni totali di gas serra prodotte dall’uomo.
Ciò equivaleva a circa 3 gigatonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Quindi secondo le nuove stime andiamo a emissioni da 3,5 volte a 7,5 volte superiori a quanto stimato in precedenza.
Questo perché i ricercatori hanno considerato l’intera catena di approvvigionamento, comprese le emissioni associate a cose come l’uso di fertilizzanti e attrezzature agricole e, nel caso del bestiame, dove e come venivano coltivati ​​e trasportati i mangimi.
In passato, le miglia alimentari venivano calcolate solo dal momento in cui il cibo veniva prodotto e non tenevano conto di ciò che concorre alla loro produzione.
Quest’ultima stima supera di gran lunga le emissioni dei trasporti di altre materie prime come l’industria e i servizi pubblici, dove rappresenta il 7%.

Ovviamente sono i paesi benestanti a essere responsabili della maggior parte delle emissioni: il 12,5% circa della popolazione mondiale è responsabile del 52% delle miglia alimentari internazionali e del 46% delle emissioni.
Al contrario, i paesi a basso reddito causano solo il 12% delle miglia alimentari internazionali e il 20% delle emissioni.
Gli alimenti più pesanti e che richiedono operazioni a temperatura controllata – si pensi a frutta, verdura, latticini, cereali e farina, ecc. – contribuiscono alla maggior parte (36%) delle emissioni totali di chilometri alimentari. E il trasporto di frutta e verdura emette il doppio dei gas serra rispetto alla loro produzione.
Poiché il 93% del trasporto alimentare internazionale si basa sul trasporto marittimo e il 94% del trasporto interno sul trasporto su strada e il trasporto su strada è più ad alta intensità di emissioni rispetto al trasporto marittimo, le emissioni di miglia alimentari nazionali sono generalmente superiori a quelle delle miglia alimentari internazionali.

Quindi cosa possiamo fare? «Cambiare gli atteggiamenti e il comportamento dei consumatori nei confronti di diete sostenibili ed evitare di produrre cibo ad alto impatto o spostarlo troppo può portare benefici ambientali su una scala che i produttori non possono raggiungere», hanno affermato i ricercatori. Le nostre scelte alimentari possono determinare un miglioramento sensibile: il cambiamento ci richiede una dieta più stagionale, certamente prodotti locali. Non risparmieremo alcuna emissione coltivando prodotti non stagionali in serre alimentate da combustibili fossili. Ma non basterebbe comunque.

Sostituire il trasporto marittimo con quello su strada dovrebbe andare di pari passo con un rinnovamento dei veicoli, sfruttando quelli a energia pulita. Anche conservare a lungo nei magazzini frutta e verdura provoca una quantità significativa di emissioni. Ma conta anche l’economia di scala: un consumatore che percorre più di 10 km per acquistare un kg di prodotti freschi genererà più emissioni di gas serra rispetto al trasporto aereo di un kg di prodotti dal Kenya.

Ma la vera grande rivoluzione passa anche da minori quantità di cibo consumate pro capite. Perché se è vero che per noi mangiare è un divertimento, per molti è solo il soddisfacimento dei bisogni. Alcuni luoghi del mondo non possono essere autosufficienti perché non hanno terra e risorse idriche sufficienti per coltivare cibo per sfamare tutta la loro popolazione. In questo caso, il km0 è un’utopia, e l’importazione una necessità.

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