I 57 giorni del 1992 in cui la mafia si ruppe le corna

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine Omaggio all’Ucraina + New York Times Big Ideas in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e stazioni di tutta Italia. Lo si può ordinare qui.
——————————————

L’indimenticabile e tragico ’92

Per molti è l’indimenticabile (e tragico) ’92. Al pari dell’indimenticabile (e tragico) ’56, come Pietro Ingrao definì l’anno nel quale i carri armati sovietici repressero la rivolta operaia e popolare in Ungheria. Con una differenza: mentre allora la crisi devastante si abbatté soprattutto sul Partito comunista, incapace di recidere il legame di ferro con l’Unione Sovietica (cosa che determinò la fuoriuscita di tanti intellettuali di prestigio e di semplici militanti e l’inizio della storia dell’autonomismo socialista, che invece quel legame lo recise e di cui fu erede Bettino Craxi, la cui fine politica avviene proprio nel 1992), nell’anno di Tangentopoli e delle stragi mafiose il Partito comunista sembrava doverne uscirne indenne. L’attacco mafioso colpiva al cuore la Democrazia cristiana mentre la corruzione demoliva il Psi e il suo leader e colpiva gli alleati moderati. Si vedrà dopo che quella di andare al governo sfruttando la decapitazione dei partiti moderati sconfitti non nelle urne ma dall’azione della magistratura fu una tragica e breve illusione.

Non dico che quell’azione della magistratura non fosse necessaria, perché la corruzione era diventata sistema e il terrorismo mafioso dei corleonesi aveva portato l’attacco dentro il cuore dello Stato. Qui voglio sottolineare come nel biennio 1991/1993 il Pds (malgrado la felice intuizione di Achille Occhetto che il crollo dell’Urss e del Muro di Berlino avrebbe infine riguardato l’intero sistema politico italiano) abbia assecondato nella pratica l’illusione giustizialista, pensando di risolvere il problema della riunificazione della sinistra – che il crollo del comunismo poneva all’ordine del giorno – con l’annessione di ciò che rimaneva dei socialisti dopo il napalm giudiziario. Il Pds confuse il finanziamento illecito della politica e la connessa corruzione che riguardava tutti i partiti, Pci compreso, come una malattia esclusiva del craxismo. Per questo, invece di realizzare la propria Bad Godesberg, assumendo esplicitamente l’identità del socialismo democratico che Bettino Craxi, al di là della sua vicenda giudiziaria, aveva efficacemente portato all’apice della sua influenza politica, gli ex comunisti si avventurarono in una confusa ricerca identitaria tuttora irrisolta.

Di questo anno drammatico sono stato testimone partecipe. Fu il mio ultimo anno a il manifesto e dì lì a poco sarei diventato direttore di Italia Radio, la radio del Pds. Quegli eventi – quelli delle stragi di mafia, voglio dire – li ho vissuti sul campo e ve li racconto oggi come allora, senza il senno del poi.

L’omicidio Lima

Da marzo a luglio ho fatto continuamente la spola tra Roma e Palermo. Arrivavo a Palermo direttamente dai palazzi del potere romano dove seguivo per il manifesto la convulsa fase che attraversavano le istituzioni, con i partiti bloccati sul nome del successore di Francesco Cossiga e la candidatura di Giulio Andreotti che incombeva. Ricordo i proconsoli romani di Andreotti – Franco Evangelisti, Nino Cristofori, Paolo Cirino Pomicino – riunire i cronisti per spiegare che il Capo aveva i voti per andare al Quirinale. Erano sicuri di avere con sé una parte di voti anche del Pds, e dicevano di avere il sostegno di uno dei grandi vecchi del Pci, Paolo Bufalini, che non sarebbe più stato in Parlamento dopo le elezioni politiche di aprile ma che era ancora molto influente. Non sapremo mai se fosse vero, perché ad Andreotti fu scagliato contro il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.

Questo adesso è un fatto acclarato, ma per averlo detto allora, insieme a Sandra Bonsanti, collega di Repubblica, nel corso di una rovente puntata di Samarcanda, la trasmissione di Michele Santoro, rischiai fisicamente il linciaggio da parte degli amici di Lima (che non erano esattamente dei tipi raccomandabili). Ricordo un marzo freddissimo, insolito per Palermo. E il gelo calò non solo sul cadavere di Lima, assassinato come un cane davanti alla sua villa di Mondello, mentre cercava di sfuggire ai killer dei corleonesi.

L’assassinio di Salvo Lima, uomo dei corleonesi, autore insieme a Vito Ciancimino del sacco edilizio di Palermo, proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, avviene mentre è aperta la lotta per l’elezione del nuovo capo dello Stato, dopo il settennato di Francesco Cossiga che si era concluso con le picconate a un sistema politico-istituzionale moribondo. Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, di cui Lima è il proconsole in Sicilia, è uno dei candidati più autorevoli. L’assassinio di Lima è la pietra tombale su quella candidatura. Ed è la vendetta dei capi della mafia contro il loro sodale Salvo Lima e contro il suo leader che, secondo loro, non si sono dati da fare per evitare quel che più temono: la conferma degli ergastoli per tutti i boss che si realizza nel gennaio di quell’anno.

Nella chiesa dove si svolge la cerimonia funebre osservo il volto illividito di Giulio Andreotti e vi leggo il declino di un’epoca.

Poche ore dopo l’omicidio di Salvo Lima, appena sbarcato a Palermo, avevo telefonato a Calogero Mannino, uomo chiave del rinnovamento democristiano voluto da Ciriaco De Mita, che si era incarnato nelle giunte antimafia del sindaco Leoluca Orlando che, insieme all’offensiva del pool antimafia, interpretarono la rivolta dei siciliani contro il potere mafioso e i suoi complici politici.

Testa politica finissima, esponente della sinistra democristiana, commissario della Balena Bianca in Sicilia, più volte deputato, sottosegretario e ministro, assolto nel 2010 in via definitiva dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo un lunghissimo iter giudiziario nel corso del quale ha scontato anche nove mesi di reclusione e tredici di arresti domiciliari, Mannino è stato assolto anche dall’accusa di essere stato l’ispiratore della trattativa tra Stato e mafia che, secondo la procura di Palermo, fu avviata dopo la strage di Capaci nel maggio del 1992, «perché il fatto non sussiste».

Nella gelida primavera del ’92 lo incontro nella hall dell’Hotel Jolly, un grande albergo pieno di notabili dc col terrore negli occhi, e gli dico: «Lillo, ora tutti dicono che sei tu il nuovo viceré». Mannino mi lancia uno sguardo inceneritore e mi dice: «Non dirlo neppure per scherzo».

Allora non capii pienamente il significato di quelle parole che invece mi fu chiaro tanti anni dopo quando Mannino, in un’intervista per l’Unità, all’indomani dell’ultima assoluzione, mi confidò: «Io penso che Ciancimino fosse stato informato dei delitti di Michele Reina e Piersanti Mattarella (il primo era segretario provinciale della Dc, il secondo presidente della Regione, entrambi furono assassinati dai corleonesi, nda), fu lui a ordinare gli attentati contro due sindaci democristiani come Elsa Pucci e Nello Martellucci. Ciancimino era al centro dell’offensiva di Cosa Nostra contro la Dc e nessuno allora focalizzava il suo ruolo. Neppure Giovanni Falcone riuscì a inserirlo nel maxiprocesso. E Lima era uguale a Ciancimino. Però a un certo punto aveva cominciato a prendere le distanze da Cosa Nostra perché aveva capito, come sosteneva anche il mio amico Leonardo Sciascia, che i corleonesi non volevano più obbedire alla politica ma diventare i padroni della politica. Una volta Falcone mi disse che “la lotta contro Cosa Nostra diventa una questione di sovranità nazionale”. E di questo salto di qualità, ecco quel che molti si ostinano a non capire, e voi di sinistra in particolare, noi democristiani fummo le prime vittime. Cominciamo dall’omicidio di Michele Reina, segretario provinciale della Dc di fede andreottiana. Era un personaggio che ritenevo discutibile, quindi quando lo uccisero, nel marzo del 1979, non feci la tradizionale visita alla famiglia. Quella sera, non l’ho mai raccontato finora, verso le 22:30 vennero a casa mia Piersanti Mattarella, che un anno prima era diventato presidente della Regione con l’appoggio dei comunisti, anche perché Andreotti pensava di avere un debito morale verso Aldo Moro, che era appena stato rapito e perché voleva creare una sorta di parallelismo Roma-Palermo, e Rosario Nicoletti, segretario provinciale della Dc (morirà suicida nel 1984, nda). “Lillo”, mi disse Mattarella, “la situazione è grave, molto più di quanto tu possa immaginare”. Nicoletti, che era molto agitato, esclamò: “Lillo, qua ci ammazzano a tutti e tre”. Eravamo i tre temerari che avevano proseguito l’esperienza morotea, dopo la morte di Moro».

A conferma di quei rischi, molti anni prima, quando era ministro dell’Agricoltura, mentre lo intervistavo, e insistevo per ottenere un giudizio su Lima, Mannino mi chiese di spegnere il registratore e poi mi disse: «Ma mi vuoi vedere morto?».

La polvere rossa di Capaci

Qualche mese dopo quel colloquio all’Hotel Jolly del marzo 1992, è il 24 maggio dello stesso anno, mentre dall’aeroporto corro verso il luogo della strage di Capaci, incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. In quanto presidente del Senato è capo dello Stato supplente perché Francesco Cossiga si è dimesso prima del tempo, lanciando una bomba lacerante.

È tutto un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli. La mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e decide di saltare la mediazione politica. O, meglio, di assoggettare le istituzioni con il terrorismo mafioso. E questo, come si vedrà poi, fu il suo più grande errore.

Di che materia è fatta la memoria? La mia, se torno a quel maggio del 1992, è fatta di odori, di scirocco, di pioggia, di lacrime.

L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra.

Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre. La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto.

Ecco. Così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo.

Un cronista di Radio Monte Carlo mi dice solo quattro parole :«It’s a war».

Già, ma in questa guerra lo Stato si ferma dopo ogni piccola battaglia vinta, mentre la mafia, giunta all’apice della sua potenza economico-militare, dispiega la propria onnipotenza e dice: io posso tutto, io posso assassinare come un cane, in mezzo alla strada, l’uomo politico che non ha mantenuto le promesse; io posso togliere di mezzo il giudice più protetto d’Italia, il mio nemico numero uno, quello che vi ha costretto a guardare di che cosa sono fatta davvero. E per farlo vi dimostro che posso, letteralmente, sollevare la terra sulla quale camminate.

Falcone doveva morire perché aveva guardato il mostro negli occhi, ne aveva compreso il salto di qualità. Non più un insieme di cosche, ma un vertice che governa con il pugno di ferro, che ha intrecciato legami con pezzi della politica e dello Stato. L’aveva detto, Falcone, dopo l’attentato fallito alla sua villa dell’Addaura, quando parlò di «menti raffinatissime» che l’avevano ordito. L’aveva detto nella sentenza del processo Maxi-ter a Cosa Nostra quando, parlando dei grandi delitti politico-mafiosi, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina e Pio La Torre, affermava che si trattava di «omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina».

La condanna a morte di Giovanni Falcone è tutta scritta lì. Avendo compreso in quale trama di potere giocasse Cosa Nostra, Falcone cercava gli strumenti per poterli mettere a nudo. Ci provò dapprima con il suo lavoro di magistrato, finché non gli legarono le mani; poi cercando di cambiare dall’interno la politica giudiziaria, delineando la Procura nazionale antimafia. In questo cammino commise anche errori, forse sottovalutò la capacità di irretirlo del potere e sopravvalutò la volontà di taluni di combattere veramente la mafia. Le critiche che gli vennero da chi gli era stato amico lo ferirono profondamente, ma erano fatte in buona fede e nascevano anche dalla preoccupazione che certe mediazioni non solo non gli avrebbero consentito di raggiungere i suoi obiettivi, ma lo avrebbero esposto come ostacolo al patto di convivenza tra Stato e mafia.

Scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: «Un atto di terrorismo mafioso… L’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti e a trame oscure. Purtroppo, è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la testa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta».

Lo sapevo e lo sapevano tutti, a cominciare proprio da chi fingeva di non vedere: nel corso degli anni Ottanta la mafia aveva decapitato il sistema politico e istituzionale siciliano, assassinando il capo della mobile, Boris Giuliano, il capo dell’ufficio istruzione, Cesare Terranova, il capo della procura, Gaetano Costa, il segretario provinciale della Dc, Michele Reina, il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, il prefetto antimafia, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice istruttore Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia, il mentore di Giovanni Falcone. Non è solo un impressionante elenco di morti, è un colpo di Stato silenzioso, che divora dall’interno la legalità con le complicità e le connessioni e abbatte chiunque si metta sulla sua strada, mentre Giovanni Falcone e il pool antimafia ne svelano la nuova natura: Cosa Nostra, micidiale macchina da guerra, mix di traffici illegali, kalashnikov e business, tritolo e politica. I vecchi patti con la politica sono saltati e coloro che per complicità o codardia non hanno voluto vedere l’ascesa sanguinosa dei corleonesi, ora assistono sgomenti e terrorizzati a quella dimostrazione di geometrica potenza militare.

Attraversando Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggo su qualche rudimentale cartello la scritta “Falcone sei vivo”. Io c’ero, posso raccontare il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia. Paolo Borsellino, una maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo, e gli altri membri del pool antimafia: Giuseppe Ayala ripiegato su sé stesso, una pertica che pare sul punto di spezzarsi, Giuseppe Di Lello, il nostro carissimo amico Peppino, piccolo e solo, senza scorta, talmente indifeso che ci stringiamo attorno a lui, quasi a fargli da scudo. E poi quelle parole di Rosaria Schifani, quella specie di lamento funebre contro i mafiosi: «Io vi perdono, ma inginocchiatevi… ma non voi non lo fate… non lo fate», che risuonò nella chiesa di San Domenico come una biblica maledizione.

Il 25 maggio, due giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, le Camere eleggono presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano moderato, cattolicissimo (tanto da aver schiaffeggiato negli anni Cinquanta in un ristorante romano una signora che mostrava le spalle troppo scoperte) ma fuori dai giochi di potere. A conferma dei paradossi di quella stagione fu proposto da due outsider della politica che sembravano il suo opposto: Marco Pannella, leader dei radicali e anticlericale per eccellenza, e Leoluca Orlando, figlio ribelle della sinistra dc che aveva da poco fondato la Rete. Scalfaro poi divenne, durante la sua presidenza, il principale avversario dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, e un’icona della sinistra.

Cinquantasette maledetti giorni

Falcone e Borsellino. Giovanni e Paolo. Ormai gli italiani li ricordano così, come fossero una sola persona e fossero morti in un’unica strage. Ma non fu così. Ci sono cinquantasette giorni, cinquantasette maledetti giorni. Non s’era ancora chiuso l’asfalto di Capaci, sventrato da una gigantesca quantità di esplosivo, che si aprì quello di via D’Amelio con l’odore ferrigno dell’esplosivo che ti entrava nelle narici e il fumo nero che si diffondeva in città come una lebbra.

Quando eravamo venuti a raccontare di Falcone, Paolo Borsellino era una presenza dolente che, lo scoprimmo dopo, non piangeva solo l’amico, ma contava i giorni che gli restavano da vivere, prima che i boia mafiosi decidessero di eliminare anche lui. Il problema non era se, ma quando. E perciò ingaggiò una specie di lotta contro il tempo, per scoprire chi avesse ucciso il suo amico e collega Giovanni, sua moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta, ma anche per denunciare chi aveva tradito il suo amico Giovanni e affossato il pool antimafia. Borsellino sapeva benissimo che gli attacchi non erano venuti solo dalla mafia, o dalla politica corrotta e connivente (che c’era, oh sì che c’era), ma anche dai “giuda” interni alla magistratura che avevano isolato e boicottato il suo amico Giovanni.

A tutto questo pensavo mentre percorrevo le strade di una città furente, addolorata, che si rivoltava gandhianamente contro uno Stato che aveva consentito quell’incredibile mattanza.

Il mattino di lunedì 20 luglio sono in via D’Amelio, dove vive la mamma che il magistrato era andato a trovare come ogni domenica. È una giornata caldissima, una giornata che non finirà mai perché si prolunga nella notte della protesta degli agenti delle scorte davanti alla prefettura, della gente di Palermo che prende d’assalto con le scale Palazzo delle Aquile e mi spinge su, a invadere la sala del Consiglio dove una giunta posticcia ha sostituito quelle antimafia di Leoluca Orlando.

Ma ora sono qui, dove hanno massacrato Paolo Borsellino e i sei agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Via D’Amelio è una strada chiusa, attorno alla quale si innalzano palazzoni alti, fino a tredici piani; da uno spicchio tra un edifico e l’altro si vede il Monte Pellegrino. Questa scena ricorda Beirut: una trentina di macchine distrutte dalla vampata dell’esplosione, a cavallo di un muro un pezzo dell’autobomba, odore intenso e acre di lamiere bruciate, di gomma arsa, vetri dappertutto, l’asfalto nero contorto. E i palazzi semidistrutti, i muri aperti dall’esplosione, le finestre gonfie e ritorte, le lesioni sulle facciate. Un albero spoglio, come bruciato: è qui sopra che hanno raccolto quel che restava del povero corpo di Emanuela Loi. Avevo già raccontato un altro giudice assassinato con il tritolo, Rocco Chinnici, il 23 luglio del 1983. Ricordo il viaggio in aereo con la delegazione del Csm che scendeva a Palermo e un caldo asfissiante, una cappa umida di dolore e morte.

Questo, capite?, era successo quasi dieci anni prima e la potenza di fuoco si era nel frattempo moltiplicata per cento. Così, quando viene il giorno dei funerali di Stato dopo la strage di via D’Amelio, Palermo ha solo lacrime e rabbia. Ancora oggi non ho dimenticato le mani di Palermo. Quelle della sua gente, voglio dire. Migliaia. Mani disarmate, che si levano al cielo, che si intrecciano l’una con l’altra, che coprono il viso di chi piange, che si congiungono in preghiera o si alzano sulle teste a ritmare l’applauso. In queste mani c’è la forza e la disperazione, la ragione e la collera di un’intera città. Una città che lo Stato della vergogna avrebbe voluto tenere lontano dalla sua cattedrale, dai suoi morti, dal suo dolore. Perché ha paura della sua coscienza sporca, delle promesse non mantenute, delle cose non fatte, delle complicità e delle collusioni ormai irrimediabilmente venute alla luce. Non è Palermo, è lo Stato che è irredimibile, che teme l’ira giusta dei cittadini, e così, non per catturare latitanti, ma per impedire alla città di avvicinarsi alla cattedrale, la mette in stato d’assedio. Camionette, blindati, doppi, tripli e quadrupli cordoni di agenti, peraltro con ogni evidenza niente affatto felici del compito che è stato loro affidato, a presidiare tutti gli ingressi e le vie d’accesso alla cattedrale che vengono però infine travolte dalla folla che vuole partecipare a un funerale che sente suo.

C’è un sole feroce, che non perdona. Palermo gronda lacrime e sudore.

È venerdì. Mio Dio, quanto è lunga l’elaborazione del lutto e del dolore! Dopo l’ira ora viene il momento del raccoglimento e della preghiera. È il momento dei funerali privati.

Sono da poco passate le dieci quando Antonino Caponnetto, che era stato il capo del pool, si dirige verso l’altare per la sua «preghiera laica». Man mano che parla, si avverte come una forza interiore che si diffonde ed entra in ciascuno, dentro e fuori la chiesa. Eccola, in quest’uomo anziano, diafano, dall’aria dolce ma ferma, la ribellione morale di un’intera città e forse di un intero Paese; in quest’uomo che non esita a dire: ho sbagliato, in un momento di sconforto, a dire «tutto è finito» (come aveva detto dopo la morte di Giovanni). E che rende così più vera e credibile quella promessa, quel «giuramento», che è di tutti: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto fino a ora dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi. Questa è la promessa che io ti faccio, solenne come un giuramento». Un giuramento che tutti sottoscrivono con l’applauso interminabile, struggente, forte, che accompagna Paolo Borsellino nel suo ultimo viaggio.

C’era stata, prima, quella maxi-trattativa che avrebbe coinvolto i principali vertici delle istituzioni, ipotizzata dalla procura di Palermo? Ad oggi si tratta di un’ipotesi sempre più difficile da dimostrare. Quel che è certo è che un sistema vasto di complicità e connivenze, che ebbe la sua parte nel contrastare l’azione di Falcone e Borsellino, s’infranse in via D’Amelio.

Forse è in quel momento che la Cosa Nostra dei corleonesi lanciata nella folle corsa stragista e terrorista ha perduto la sua sfida. La mafia non è stata sconfitta definitivamente, questo no, essa si riproduce continuamente come un camaleonte, alla ricerca continua di denaro, potere e affari. Ma se l’obiettivo, come disse Totò Riina, era di “rompere le corna” allo Stato, bisogna dire che le corna se le sono rotte loro, i boss, seppelliti da anni di carcere duro o morti dietro le sbarre, come Bernardo Provenzano e Riina. La strage di via D’Amelio fu il momento di non ritorno, non c’era più spazio per pavidità e rassegnazione. In gioco non c’era solo la vita di tanti servitori dello Stato, ma quella di tutti noi: fu tutto il Paese ad avvertirlo, mosso da quel coraggio civile che noi italiani sappiamo tirare fuori nei momenti più tragici della nostra storia. Dieci anni dopo quella strage, me lo fece capire Andrea Camilleri che, in un documentario che girai per La7, mi disse: «Fu come il nostro 11 settembre. Caddero le nostre Torri, che erano Falcone e Borsellino». E forse fu per questo che reagimmo. Ma in questa sacrosanta reazione vi furono non solo esagerazioni, ma una vera e propria distorsione complottista che serve più a mantenere la visibilità di qualche procuratore e a garantire successi editoriali che a ricercare la verità.

Infine, consiglierei di non citare a vanvera un simbolo come Giovanni Falcone che «era un autentico liberale e aveva una sincera cultura garantista, superiore a tanti altri magistrati», come ricorda Paolo Mieli che, con l’aiuto di due bravissimi colleghi palermitani, Marcello Sorgi e Francesco La Licata, aveva portato il giudice a collaborare con la Stampa, fino alla sua tragica morte.

Come trovai allucinanti le accuse del Comitato antimafia a Leonardo Sciascia e le parole di padre Ennio Pintacuda, un gesuita che era impegnato nel movimento antimafia, sul sospetto come anticamera della verità. Falcone gli rispose tranchant: «Il sospetto non è l’anticamera della verità è l’anticamera del khomeinismo». E poi aggiunse: «A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede». E ancora: «Io posso anche sbagliare, ma sono del parere che nei fatti, nel momento in cui si avanza un’accusa gravissima riguardante personaggi di un certo spessore o del mondo imprenditoriale e tutto quello che si vuole… o hai elementi concreti oppure è inutile azzardare ipotesi indagatorie, ipotesi di contestazione di reato che inevitabilmente si risolvono in un’ulteriore crescita di prestigio nei confronti del soggetto che diventerà la solita vittima della giustizia del nostro Paese».

Falcone pensava che non bastasse una ricostruzione storica, per quanto suggestiva, a mettere sotto accusa questo o quel politico. Sapeva, dunque, di doversi inoltrare su quel terreno minato, ma non si spingeva oltre quanto gli consentissero gli strumenti dell’azione penale: «Giovanni fu accusato di tenere nel cassetti le prove delle complicità istituzionali, ma non è affatto vero», mi ha spiegato Peppino Di Lello, memoria storica del pool antimafia, collega e amico di Falcone e Borsellino. «È che lui non era avventato e teneva molto a verificare che le indagini e le testimonianze reggessero alla prova del processo e non si traducessero in un boomerang».

Una tesi condivisa da Giovanni Fiandaca, che intervistai per l’Unità a venticinque anni dalle stragi. Sessantanove anni, professore ordinario di Diritto penale dell’Università di Palermo, già membro del Csm, Fiandaca è uno dei massimi esperti italiani della legislazione sulla criminalità organizzata. Uomo di sinistra, ha scritto, insieme allo storico Salvatore Lupo, un libro dedicato al processo sulla trattativa (La mafia non ha vinto. Nel labirinto della trattativa).«Cosa nostra è più debole di prima, perché le sono stati inferti colpi formidabili grazie a una azione giudiziaria di contrasto che è perdurata da allora», mi dice Fiandaca. «Ovviamente ciò non vuol dire che il fenomeno mafioso in Sicilia sia scomparso».

Fiandaca non ha mai creduto all’ipotesi della trattativa e della regia occulta degli attentati: «È un’ipotesi accusatoria che finora non ha trovato adeguati riscontri, né sul piano giudiziario né su quello della ricostruzione storico-giornalistica. Una cosa è sostenere che non è da escludere che possa esserci stata qualche complicità, altra cosa e darla per provata. In ogni caso, a mio giudizio, non è molto plausibile la tesi di una sorta di complotto universale, concepito nell’ambito di una regia unitaria da pezzi della politica, pezzi del mondo imprenditoriale, pezzi della massoneria e articolazioni dei servizi segreti deviati. Comunque sia, l’assoluzione di Mannino, seguita dalla recentissima assoluzione del generale Mori, fanno certamente venir meno strutture portanti dell’edificio accusatorio dei pubblici ministeri».

«Una parte dell’antimafia», spiega Fiandaca, «si è trasformata in una retorica della legalità, un vuoto palcoscenico per rituali stanchi o per dare sfogo a forme di intollerabile narcisismo. E questo nella migliore delle ipotesi. A questo stucchevole ritualismo si è purtroppo aggiunta un’antimafia carrieristica e affaristica: nel senso che il vessillo dell’antimafia è stato impropriamente utilizzato per fare carriera o per accedere in modo privilegiato a commesse pubbliche o a occasioni di profitto da parte di imprenditori in rapporto di opportunistica vicinanza con esponenti del mondo politico e istituzionale. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Aggiungerei però che l’antimafia fasulla o strumentale è anche prosperata a causa di una acritica complicità di quella parte dei media sempre pronta a dare visibilità e a mettere sugli altari personaggi che sulla base di più attente valutazioni non lo meriterebbero affatto».

Peraltro, sono state di recente desecretate le audizioni di Falcone al Csm, in particolare quando fu chiamato a rispondere delle accuse del tutto infondate del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, sulle prove dei delitti politico-mafiosi tenute nascoste nei cassetti. Che il sindaco di Palermo, (che era e resta un mio amico) sbagliasse, glielo dissi allora e gliel’ho ripetuto quando, in occasione del trentesimo anniversario della fondazione della Rete l’ho intervistato per l’Espresso. «Populista, giustizialista, professionista dell’antimafia, quali di queste accuse ti pesa di più?», gli ho chiesto. Mi ha risposto: «Lo sono stato davvero o certe scelte erano dettate dal contesto nel quale avvenivano? Ci furono degli eccessi di corruzione e di mafia, e ci furono eccessi nella risposta. Mi hanno chiamato a quel tempo giustizialista: è una definizione che non risponde al mio spirito, tanto che sono passato alla cultura dei diritti. Io, Piersanti Mattarella, Gaetano Costa, il cardinale Pappalardo eravamo i professionisti dell’antimafia. Lo siamo diventati perché eravamo isolati. E inevitabilmente eravamo indicati così. Poi i palermitani hanno aperto gli occhi, l’attenzione è cambiata. Io da anni non sono più in prima fila ai cortei antimafia. Significa che è cambiata la mia posizione? No di certo, è cambiato il contesto. È diventata una scelta di opportunità. Ai tempi di Sciascia si doveva fare professione di antimafia, oggi se ne può fare a meno. Dopo di che sono stato eccessivo? Sì, e ho sbagliato anche nei toni quando me la prendevo con la Procura di Palermo».

Lascia un commento