Eh no, la nostra percezione della realtà non è sempre quella giusta

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Da che cosa è composto l’universo? C’è una realtà infinita o ce n’è soltanto una contingente? Siamo parte dell’infinito mare delle cose o siamo esseri isolati che non sono connessi fra loro da alcunché? C’è un dio o siamo abbandonati nel vuoto dell’universo?

Le risposte migliori a questi dilemmi sono venute da chi ha indagato il modo in cui possiamo fare esperienza delle cose. Platone, con il mito della caverna, ci ha mostrato che facciamo esperienza del mondo attraverso quegli strumenti inadeguati che sono i nostri sensi. Un racconto tradizionale indiano ci ha consegnato l’immagine di persone cieche che toccano un elefante e cercano di stabilire quale sia il suo aspetto. Per uno è una corda, per un altro un muro, per un terzo il ramo di un albero.

L’artista David Hammons ha presentato un’interessante riflessione su che cosa sia la realtà quando, nel 1983, ha messo in vendita delle palle di neve su un marciapiede di New York. Che cos’erano quelle palle di neve? Un’idea, qualcosa di valore, un elemento della natura, una costruzione sociale, un sogno?

Forse, però, nella formazione dell’idea di realtà sono fondamentali i genitori. Nel mio romanzo di prossima uscita The Last Gift of the Master Artists cito una cosa che mi ha detto una volta mia madre: «Non è quello che sei che farà sì che il mondo ti rispetti, ma il potere che sta dietro di te». In questi nostri tempi ci sono guerre di conquista perché ci sono nazioni vulnerabili dietro alle quali non c’è nessun potere.

In una storiella che mia madre mi ha raccontato spesso, tutti gli uccelli del mondo sono invitati in cielo per una festa. Con loro c’è anche una tartaruga, che ha potuto unirsi alla festa perché gli uccelli le hanno prestato le loro piume. Prima di partire, la tartaruga sostiene che il suo nome sia “Tutti Voi” e si appropria della festa destinata a tutti. La sua rovina arriva quando gli uccelli reclamano le loro piume e lei precipita su un terreno duro. Il suo guscio in pezzi simboleggia quello che accade quando cerchiamo di usurpare per noi stessi tutte le risorse del mondo.

Siamo tutti vittime della percezione limitata (e della scienza limitata) del tempo in cui viviamo. Non sappiamo che cosa sia la vita. Non sappiamo che cosa sia la morte. Non sappiamo pienamente che cosa sia la coscienza. Il fatto di essere vivi – e di esserne consapevoli – è uno dei più grandi misteri dell’universo. Ma non possiamo prescindere dall’universo e dalle sue leggi.

Una grande implicazione di questa verità riguarda il cambiamento climatico. Non possiamo danneggiare l’ambiente in cui viviamo senza danneggiare le nostre vite. La legge di causa-effetto è altrettanto vera nel contesto della nostra moralità e nel contesto più grande dell’universo. Un distorto senso della realtà ci induce a pensare che possiamo sottrarci alle conseguenze dei cambiamenti che abbiamo messo in moto.

Eppure, ciascuno di noi dà per scontato che la propria percezione della realtà sia universale e alcuni ritengono di poterla determinare. Se abbiamo potere, forziamo le conseguenze di questa percezione a danno degli altri. È così che abbiamo reso il mondo quel casino che è.

Per secoli, quelli che avevano i fucili si sono per questo ritenuti superiori a quelli che non li avevano. E hanno quindi proceduto a conquistare quelli che erano senza fucili o i cui fucili erano inferiori. Riteniamo che il potere sia la prova di una superiore comprensione della realtà. Questo pensiero profondamente illogico è alle radici del razzismo, del fascismo, dell’inquisizione, della schiavitù, dei genocidi e di ogni tipo di ingiustizia.

Quelli che in passato sono stati convinti di essere i padroni della realtà, e che hanno cercato di dominare il genere umano, hanno avuto per un po’ una fase ascendente, hanno governato per qualche tempo una porzione del mondo e poi sono sprofondati nella polvere. Alla fine, la realtà sconfigge tutti gli imperi.

Proprio questo è all’origine della nostra ignoranza. Agiamo ma non conosciamo le conseguenze delle nostre azioni. Non sappiamo che cosa agisca su di noi.

Non conosciamo l’infinita rete che unisce le cose, le infinite connessioni. L’idea che l’universo sia casuale dà vita al paradosso di un mondo senza significato in cui stiamo costruendo civiltà e stiamo vivendo i nostri destini. Anche questo è illogico. Perché dovremmo preoccuparci di alcunché in un mondo che è casuale? Una tale percezione non è in conflitto con la realtà?

Come nella versione della storia della tartaruga che raccontava mia madre, l’umanità è parte di una realtà in cui ascendiamo tutti insieme e cadiamo tutti insieme quando agiamo contro gli interessi della nostra stessa sopravvivenza.

Questa è la ragione per cui la prima vera civiltà umana dovrà essere una civiltà universale. O staremo in questa storia umana tutti insieme o non ci sarà alcuna storia. La prima vera civiltà umana coglierà l’interconnessione di tutte le cose. Saprà che non può esserci pace dove c’è ingiustizia. Mirerà al benessere di tutti i popoli.

Se non cambiamo la nostra prospettiva, non riusciremo mai a rivoluzionare la nostra comprensione della realtà. Solo allora inizieremo finalmente a creare un mondo che sia degno della natura magica della coscienza e di una meravigliosa qualità della vita. Una maggiore comprensione della realtà determinerà che tipo di futuro abbiamo – e se abbiamo un futuro oppure no.

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